Sezione NEWS di AVO Bollate

Il bandolo della matassa – A colloquio con il Prof. Antona

11-07-2013

Per svolgere costantemente la sua attività con il massimo impegno e progredire nello sviluppo delle proprie capacità di intervento, il Professor Carlo Antona trae motivazione dal desiderio di mettere a punto nuove tecniche, ancora impossibili da attuare in sala operatoria, per sanare efficacemente alcune diffuse patologia dell’apparato cardio-circolatorio; per raggiungere tale scopo è necessaria l’elaborazione continua - anche per molti anni - di un complesso di idee, seguita dalla loro verifica preliminare e dalla sperimentazione in laboratorio, mantenendo però contemporaneamente sempre il centro dell’attenzione sulle esigenze finali del malato.


L’analogia con il rompicapo costituito dallo sbroglio di una matassa di lenza ingarbugliata, richiedente il continuo studio delle conseguenze che ciascuna azione provoca nel modificare l’intreccio del filo, tendendo a semplificare il groviglio, piuttosto che a creare una condizione più intricata, rende bene l’immagine della complessità della messa a punto di una nuova completa soluzione alle molteplici problematiche di intervento. E non si tratta di un passatempo fine a sé stesso, come la risoluzione di uno schema di Sudoku, ma rappresenta concretamente la possibilità di vita per tanti pazienti sofferenti di disfunzioni del cuore, destinati altrimenti a morte sicura.

La stretta di mano leggermente inconsueta è il primo indizio della particolarità della persona, rivelatrice della delicatezza e della destrezza con cui le sue mani intervengono col bisturi sul cuore del paziente sul tavolo operatorio.

Il Professore, pur preso da innumerevoli impegni per la ristrutturazione del dipartimento universitario, aveva confermato la disponibilità a incontrarci, noi volontari del suo reparto di Cardiochirurgia dell’Ospedale Sacco, proprio nei giorni in cui esso viene indicato come la terza struttura più importante a livello europeo e prima in Italia, per la riparazione della valvola aortica.

Per le nuove volontarie è stata l’occasione di conoscerlo personalmente e, per tutti, una grande gratificazione, da parte di una persona che, per sua stessa ammissione, rifugge i ringraziamenti espliciti anche nei confronti della sua stessa equipe, per evitare di scivolare in un atteggiamento artificioso: se le cose vanno bene, tutti quanti ne sono consapevoli e, se ci si ritrova per analizzare il lavoro svolto, è segno della volontà di procedere.

La prima constatazione di cui ci mette al corrente è che, nei 7-8 anni durante i quali i volontari dell’Avo prestano servizio in corsia, non è stata mai sollevata una lamentela da parte dei pazienti per eccessiva invadenza o inopportunità. Segnale che siamo stati in grado di sviluppare un accurato metodo di approccio al malato, che, seppure si trovi all’interno di una struttura di eccellenza dal punto di vista clinico, non è immune dal provare un profondo senso di paura nel sottoporsi all’intervento.

La condivisione riveste un aspetto molto importante per il malato e, in tal senso, anche una frase detta per sdrammatizzare può risultare un utile incoraggiamento per affrontare la situazione. Reciprocamente, l’esperienza del contatto con la malattia di chi si trova di fronte a un reale rischio di morte, sia in sala operatoria, che nel reparto di terapia intensiva, può essere utile per il volontario, per riconsiderare i propri malumori e le insoddisfazioni: la malattia è pur sempre malattia, enormemente più impegnativa da affrontare rispetto ai comuni rischi della vita, come ad esempio intraprendere un viaggio aereo, seppure sia ormai vero che la stragrande maggioranza degli interventi ha esito positivo, con probabilità compresa tra il 97 e il 99%.

Data la bontà di questi risultati, è particolarmente frustrante per il medico, quando, a causa di complicazioni, che avvengono più frequentemente in terapia intensiva, che non direttamente sotto i ferri, si ha un decesso: da qui l’origine della paura dei malati, che è reale; chi sostenesse seriamente il contrario, si dimostrerebbe insincero o irresponsabile.

Bisogna altresì considerare che il paziente non operato andrebbe verosimilmente lo stesso incontro alla morte, nel giro di breve tempo. La tecnologia permette oggi invece di affrontare interventi estremamente più complessi, rispetto anche solo a 10-15 anni fa: in particolare, le tecniche microinvasive e l’angioplastica rappresentano una notevole innovazione, per cui l’età massima dei pazienti operati si è ora sensibilmente innalzata, in alcuni casi ben oltre gli 80 anni, mentre 75 erano considerati il limite nel 1985.

Oggi, gran parte dell’impegno viene speso nel riconoscere e prevenire le possibili complicanze. L’apprendimento di una tecnica particolare, che per un chirurgo di esperienza poteva aver rappresentato il punto di arrivo in carriera, o aver comportato il soggiorno di almeno un anno all’estero per prenderne possesso, richiede ora a un giovane solamente 3 giorni di pratica, costituendo per lui, o lei, solamente un punto di partenza: è questo aspetto che fornisce la convinzione di poter andare avanti e di fare ogni giorno sempre meglio!

Per spiegarci quanto pesi il carico di responsabilità nel mettere a punto una nuova tecnica, il Professore ci ha messi al corrente del metodo di lavoro utilizzato: è quello di compiere una sintesi delle esperienze note e di introdurvi il proprio contributo originale, coinvolgendo tutti i collaboratori per analizzare i problemi e apportare miglioramenti; si tratta del cosiddetto metodo di brainstorming, da cui tutti traggono arricchimento, dal capo fino al più giovane aiutante, mediante la concessione a tutti della medesima credibilità e intensità di ascolto, per permettere la nascita di nuove idee. Successivamente, si passa alla sperimentazione all’interno del laboratorio, in cui avviene il confronto con gli ingegneri; tuttavia, per la sicurezza del malato, tante idee sperimentali non sono mai state messe in pratica. La giustificazione morale, per sottoporre il malato a un nuovo trattamento, nasce quindi dall’ampia condivisione delle scelte e dalla coerenza mantenuta nella preparazione di tutti i dettagli dell’intervento. Infine, un fattore molto importante nel determinare l’adozione definitiva di una particolare tecnica è la scrupolosa analisi dei risultati nel tempo: solo in questo modo può esser effettivamente garantita la crescita.

Riguardo i complimenti che ci vengono espressi dai malati sulle qualità umane e la dedizione di tutto il personale, oltre che medico, anche infermieristico e assistenziale, il Professor Antona confessa che tale aspetto è legato in gran parte alla fortuna che accompagna la selezione, sottolineando però che, trattandosi di un reparto di vertice, in cui l’esigenza di professionalità è notevole, avviene successivamente una selezione naturale degli elementi più validi e motivati, capaci di resistere alle sollecitazioni di un ambiente difficile, con maltrattamenti addirittura brutali che avvengono in sala operatoria, fino a esserne talvolta cacciati in lacrime: sta poi nella ricchezza di risorse umane interiori di ciascuno la capacità di riconoscere i propri limiti e di applicare un filtro all’ascolto da un orecchio, per fare uscire dall’altro le critiche immeritate.

Sicuramente l’autorevolezza e la leadership di chi dirige hanno un peso determinante nella crescita di un gruppo: tali doti nascono dall’esser sempre presenti e farsi carico dei problemi. Viceversa, lo sfogare le arrabbiature sui sottoposti provoca un effetto a catena, che solitamente causa il deterioramento del clima all’interno del reparto: talvolta è sufficiente un avvicendamento del capo per riportare in evidenza qualità dei sottoposti, che si erano smarrite. Ciò non vuol dire che bisogna ricercare l’accomodamento a tutti i costi, perché le cose devono andar bene e, per questo, è necessario prendere i giusti provvedimenti per risolvere le situazioni negative.

È il caso, ad esempio, di quando non viene recepito il messaggio che il malato si trova al centro dell’attività di reparto, per cui si manifesta, in casi isolati, una mancanza di cura per il paziente, acuita dalla condizione di fragilità in cui lui si trova. Solitamente, il personale da più tempo in reparto può essere da sprone ai più giovani, per rinforzarne la motivazione; rimane tuttavia la coscienza che la perfezione non può mai essere raggiunta, nemmeno da parte dello stesso primario, ha ammesso.

Per sollecitare altre domande, il Professor Antona ha ricordato l’adagio per cui è meglio tacere e dare l’impressione di essere stupidi, piuttosto che aprir bocca e togliere subito ogni dubbio…, ma ha anche raccontato l’aneddoto per cui, durante un congresso, un partecipante ha ribaltato tale concetto, motivando la sua domanda con l’intenzione di non rimanere ignorante.

Una domanda interessante ha riguardato le motivazioni per cui è consigliabile far svolgere, dopo le dimissioni dall’ospedale, la riabilitazione post operatoria a casa, anziché in una struttura dedicata: tale scelta crea nel paziente il dilemma di esporsi a un pericolo, in una fase ancora delicata del recupero della salute. Stabilita la premessa che esistono reparti riabilitativi migliori e peggiori, dal punto di vista della dotazione di apparecchiature, per un paziente che sta bene sono altri i parametri da prendere in considerazione: se una persona non è autonoma, viene indirizzata verso una struttura in cui vi siano bravi fisioterapisti, viceversa, se soffre di aritmie, va dove i cardiologi sono più validi; per tale ragione talvolta accade che la permanenza in reparto venga prolungata oltre il dovuto, in attesa che si liberi un posto.

Anche quando si offre l’opportunità di rientrare in famiglia per la riabilitazione, la decisione è sempre presa in considerazione delle caratteristiche del paziente. La riabilitazione a casa è una soluzione ottima, per la quale esiste un apposito piano regionale di finanziamento, attraverso cui è possibile gestire una cinquantina di casi all’anno. Per poterla svolgere, bisogna soddisfare a determinati criteri di inclusione, tra i quali la condizione di non avere mai manifestato complicazioni particolari e di non dover rimanere mai, o quasi mai, da solo. Si riceve la visita giornaliera dei riabilitatori del Sacco, a cui il paziente rimane in carico, o di infermieri, fisioterapisti e dottori; comunque si è dotati di un cardio-telefono, con la disponibilità a tutte le ore di un call center per poter raggiungere un medico di reparto, o un altro medico (strutturato), con competenze specifiche e preventivamente allertato. L’emergenza viene gestita tramite il 118. Tutta questa organizzazione non è naturalmente a costo zero, per cui è richiesta un’adeguata valutazione dei casi.

Alla richiesta di quali siano le parole più adatte per infondere serenità, il professore ha risposto che esistono due atteggiamenti possibili, quello di distacco e quello di coinvolgimento, per cui, ciascuno sceglie quello che meglio si confà al proprio carattere, in quanto non ci si può improvvisare differenti da quello che si è. Il criterio generale è quello di mantenere un’estrema prudenza, sebbene ci si debba assumere anche il rischio di dire qualcosa di sbagliato, non essendo poi per questo soggetti a un tribunale. La condivisione con il malato è molto importante, basta non correre mai il pericolo di violare la privacy della persona, o mostrarsi superficiali.

Sicuramente la scuola dei colleghi è importante e bisogna lasciar spazio per parlare ai pazienti - se parlano, cercando di interloquire per condurre il dialogo nella corretta direzione: per questo esistono delle tecniche che, con l’esperienza, è necessario imparare, perché il tempo è prezioso e non si fornisce un buon servizio solo ascoltando; degli ottimi metodi di conduzione del discorso possono esser appresi da alcuni giornalisti radiofonici, che sono bravissimi a prender spunto dalla risposta precedente, ribadendola, per introdurre una nuova domanda, mantenendo sempre in mano il boccino della discussione.

La regola potrebbe quindi riassumersi nel mettersi in ascolto, estrarre dal contesto la preoccupazione del malato e fornirgli un messaggio di incoraggiamento, per poi passare di argomento.

Una volontaria ha sottolineato come il servizio in Croce Rossa fosse diverso da quanto le capita e le viene insegnato ora, anche attraverso i corsi di formazione; quello che si impara dal contatto con il malato ha utilità anche nella vita e sul proprio posto di lavoro; attraverso il sorriso dato e ricevuto, si acquista realmente un senso di pienezza.

Il Professore ha confermato che nei sistemi complessi, tanti piccoli particolari rivestono un importanza fondamentale e che non è sufficiente curare soltanto con le parole, ma che ogni piccolo gesto, e certamente il sorriso, fornisce concretezza a un’azione compiuta con il cuore, rafforzando allo stesso tempo la motivazione di chi la compie.

Nel comportamento tenuto da parte dei dializzati in Nefrologia si manifestano a volte episodi di cattiveria, giustificata dalla continua esposizione alle difficoltà della cura, che richiede tre interventi a settimana: in questo mondo di solitudine, un modo nuovo di proporsi, che sia in grado di filtrare i messaggi ostili che vengono trasmessi, viene riconosciuto e apprezzato.

Persone arrabbiate e violente normalmente non sono giustificabili, però succede in reparto che il paziente non sia completamente in sé dopo l’operazione, a causa dell’anestesia, ma più probabilmente per un avvenuto trauma chirurgico; bisogna perciò esser preparati all’eventualità.

Le lamentele che vengono sollevate per i ritardi dell’operazione di solito nascondono disagi di altro genere e non tengono conto che, se l’operazione andrà bene, a distanza di un mese appariranno ingiustificate. Spesso il paziente viene lasciato in attesa del chirurgo più adatto a svolgere un particolare tipo di intervento e - purtroppo - in camera operatoria si passa uno alla volta, come attraverso una porta stretta; quello che può apparire un ingorgo all’interno del reparto, in realtà cela un’organizzazione complessa per venire incontro alle esigenze di tutti i malati.

Abitualmente i malumori e i problemi hanno breve durata, perciò il chirurgo dovrebbe arrivare un po’ più tardi in reparto alla mattina, come un Amministratore Delegato, quando almeno la metà di essi potrebbe esser già stata facilmente risolta.

Riguardo la prospettiva per cui in futuro il periodo di degenza in ospedale si accorcerà, per ridurre i costi della Sanità, a fronte di un aumento della popolazione anziana, abbiamo chiesto un parere sull’intenzione di AVO di orientarsi verso l’assistenza domiciliare del malato, per sostenerlo dove patirà con maggior intensità la solitudine. Il Professore ha precisato che Cardiochirurgia costituirà un’eccezione, in quanto è fondamentale che i pazienti trascorrano i 6-7 giorni successivi all’operazione sotto osservazione del personale di reparto.

Ha tuttavia compreso l’opportunità di selezionare all’interno dell’ospedale, dove continuerebbe a avvenire il primo contatto dei volontari con il paziente, le persone più bisognose, o quanto meno quelle più ricettive, per candidarle a essere accompagnate anche successivamente alle dimissioni. Tale sensibilità gli proviene dalla consapevolezza della preziosità delle risorse quando sono scarse, come diventeranno inevitabilmente per poter seguire tutti gli ammalati, e di come andranno perciò sfruttate al meglio.

È stato così immediatamente fonte di consigli e suggerimenti, proponendo innanzi tutto la collaborazione con altri enti caritativi, tipo la Caritas, con cui potrebbe concretizzarsi uno scambio di esperienze e competenze, ricordando come per i sofferenti di cuore possa esser fondamentale essere aiutati anche solo nel compiere gli acquisti (portare le borse della spesa); al contempo ha vagliato la possibilità di poter integrare i volontari nel programma di riabilitazione domiciliare già in atto, pur intravvedendo - ad un più attento esame - la contraddizione con i criteri di selezione dei pazienti, che escludono chi non riceva continua assistenza da parte di altre persone.

In effetti, il destino dell’AVO sarebbe proprio quello di diventare inutile, quando già tutte le persone si prendessero cura direttamente del proprio prossimo!

Riguardo la politica di investimento di AVO sui giovani, per poter formare nuove risorse che diano continuità alla nostra attività, proponeva, come metodo più efficace per attrarli, quello del passa-parola, piuttosto che ricorrere a una dispendiosa campagna pubblicitaria, perché, in tal modo, all’interno di gruppetti di 4 o 5 giovani, si consoliderebbe enormemente la motivazione, fattore determinante per mantenere nel tempo il coinvolgimento.

A tal riguardo, condivideva il giudizio di opportunità di non badare al dispendio di energie, pur di gettare nei loro cuori dei semi di bontà che, nel tempo e negli svariati casi della vita, potranno diventare estremamente produttivi.